Le reazioni alla malattia

Quando avvertono dei sintomi o vengono messe al corrente di risultati patologici di esami clinici o di una diagnosi di malattia o del rischio di una malattia (ad esempio, di cancro per il fumo), le persone si comportano in modo diverso. Nonostante le differenze, ci sono reazioni cognitive ed emotive abbastanza ricorrenti. Le differenze sono più che altro varianti nel modo di gestire le reazioni.

Alle reazioni alla malattia si applica bene una teoria elaborata originariamente da Howard Leventhal negli anni Settanta studiando la persuasione, più precisamente gli effetti degli appelli alla paura: è il modello delle risposte parallele schematizzato qui sotto. A pensarci bene non è strano, visto che l’idea che si potrebbe essere ammalati, proprio come un messaggio persuasivo che fa appello alla paura, spaventa e richiede che si faccia qualcosa per fronteggiare la situazione.

 

Il classico lavoro di Leventhal

Quando percepisce il pericolo della malattia, l’individuo ha due reazioni che procedono in parallelo, anche se interagiscono tra loro e si alimentano a vicenda. Da un lato, attraverso la risposta cognitiva, cerca di inquadrare il problema razionalmente. Anche se non è medico, con le conoscenze che ha e che reperisce, cerca di dare risposta a tipiche domande cliniche, badando però soprattutto alle ricadute esistenziali dell’eventuale malattia.
Contemporaneamente avanza la risposta emotiva: prende corpo la paura, vengono in mente pensieri preoccupanti (ad esempio: se sono cardiopatico, dovrò cambiare vita) e si cerca di controllarli in maniera ora più illusoria (il dolore è passato: non sarà niente), ora più realistica (sentiamo prima i medici).

L’individuo può alla fine arrivare a seguire una strategia di risoluzione, per cui affronta il problema e fa tutto ciò che razionalmente va fatto data la situazione, o di evitamento, tesa più che altro a fuggire dal problema. Ovviamente l'empowerment mira a fare in modo che le persone vadano verso la risoluzione. 

Chi è alle prese con il pericolo della malattia arriva alla risoluzione o all’evitamento a seconda che in lui prevalga la risposta emotiva o la cognitiva, cioè che sia più forte il bisogno di controllare la paura o il bisogno di uscire dal problema. Ma da che cosa dipende il tipo di risposta? In passato si pensava che fosse determinante il grado di paura: una paura forte porterebbe all’evitamento, mentre una debole alla risoluzione. Se fosse così, medici e altri operatori sanitari dovrebbero preoccuparsi di ridurre il più possibile la paura dei pazienti per ottenerne la collaborazione, magari sminuendo la gravità del problema. Spesso gli operatori sanitari credono che questa sia la cosa da fare e sbagliano, perché la realtà è più complessa. Oggi sappiamo che anche con una paura alta può prevalere la risposta cognitiva e si può avere un comportamento di risoluzione, anziché di evitamento. Addirittura l'operatore sanitario che sa presentare adeguatamente la gravità dei problemi può aiutare il paziente ad andare verso la risoluzione più di quello che la sminuisce.

Ronald Rogers ha individuato alcune condizioni che devono verificarsi affinché il paziente non fugga davanti alla malattia, ma la affronti.

 

• Perdita del senso di invulnerabilità.  L’individuo deve essere convinto che il problema è serio e lo riguarda direttamente, per cui è realmente in pericolo. Ognuno di noi si sente in qualche misura invulnerabile: è portato a pensare che la malattia riguardi gli altri o comunque che difficilmente irromperà nella sua vita. Si tratta di un’illusione nota come tendenza alla positività o bias di Pollyanna o pollyannismo, dal nome della protagonista del racconto di Eleonor Porter. Questa illusione è utile nella misura in cui che ci spinge ad affrontare fiduciosi la vita e a intervenire per contrastare gli eventi negativi. Ha però risvolti problematici, tra cui il fatto di essere impreparati quando le avversità minacciano la nostra tranquillità.

Sviluppare un adeguato senso di vulnerabilità richiede di pensare doppio: guardare alla vita in positivo, avendo sempre in mente che le avversità sono in agguato, impegnarsi con tutte le forze, sapendo che in ultima analisi si perderà. In un'opera del genere l'essere umano è avvantaggiato, dato che ha due cervelli.

 

• Fiducia nella sanità.  L’individuo deve credere che le strategie di risoluzione disponibili (fare vita più regolare,  consultare il medico, seguire le prescrizioni mediche, ecc.) siano realmente efficaci.

 

• Fiducia nelle possibilità di accedere alla sanità.  Deve considerare le strategie di risoluzione accessibili, oggettivamente, in sé, e soggettivamente, date le proprie capacità di attuarle.

A riguardo contano i costi della strategia (es. devo cambiare uno stile di vita cui sono attaccato? devo fare una lunga attesa per la visita? devo fare qualcosa che lede la mia immagine di individuo forte? devo esporre una parte del corpo tabù?) e l’autostima: le persone con più alta autostima sono avvantaggiate.

 

Nella gestione della paura è importante il nostro modo di pensare le emozioni. Noi abbiamo teorie implicite delle emozioni, per lo più culturali, frutto delle tradizioni e delle idee che in proposito circolano nella nostra società. Queste teorie implicite condizionano il modo in cui percepiamo le emozioni che proviamo e ci rapportiamo ad esse.

Comunemente pensiamo che le emozioni siano contrarie alla ragione, in linea con la tradizione filosofica delle passioni, che ha permeato anche la psicologia fino alla metà del Novecento. In realtà le emozioni sono al servizio della ragione, tant'è che le ritroviamo solo negli animali con più sviluppate capacità intellettive. Funzionano come segnali che ci avvertono che nell'ambiente e in noi stessi c'è forse qualcosa di cui dobbiamo occuparci con le funzioni intellettive superiori, la ragione e la coscienza.

Siccome abbiamo un'idea sbagliata della natura delle emozioni, quando proviamo emozioni negative tendiamo ad agire in preda all'emozione o a scacciarla. Invece dovremmo farne il punto di partenza per una analisi della situazione che può renderci più capaci di occuparci al meglio delle nostre faccende. Le emozioni vanno lette, così da sviluppare intelligenza emotiva. Nell'empowerment può essere molto utile chiarire la natura delle emozioni e aiutare a sviluppare intelligenza emotiva.

Una metanalisi recente sugli appelli alla paura

L'articolo di Peter Salovey e John Mayer sull'intelligenza emotiva, resa famosa dal best seller di Goleman

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