Ma fare empowerment è difficile

Se da un lato le ricerche degli ultimi anni suggeriscono che l’empowerment è di grande utilità, dall’altro mettono in evidenza barriere, seri ostacoli che rendono difficile fare empowerment.

Le istituzioni sanitarie sono tradizionalmente centrate sulla cura delle malattie acute, dove gli operatori sono chiamati a intervenire prontamente sui pazienti per salvarli o per liberarli dalle sofferenze. L’enfasi sulle malattie acute assieme al corrente uso di tecniche specialistiche induce a considerare la sanità nient’altro che erogazione di prestazioni diagnostiche e terapeutiche, quasi come se le istituzioni sanitarie fossero fabbriche di prestazioni. Resta poco spazio per un lavoro come quello dell’empowerment, sfumato, relazionale, formativo e perciò anche difficile da riconoscere e inquadrare in un contesto dove ciò che conta sono le prestazioni.

Gli operatori sanitari vengono formati in modo tradizionale, per trattare le malattie e per operare in istituzioni sanitarie centrate sulla medicina e sul trattamento delle malattie. L’empowerment è qualcosa cui non sono abituati e che mal si concilia con la loro cultura e con la loro identità professionale. Anche governi e istituzioni di politica assistenziale, che in genere sposano l’empowerment per una serie di ragioni, stentano di fatto ad accettare la logica dell’empowerment, che richiede di mettere da parte il paternalismo e l’idea che i cittadini siano destinatari passivi di assistenza. Del resto cittadini, pazienti e famigliari non sempre sono pronti a recepire le azioni di empowerment e incontrano difficoltà psicologiche o legate a carenza di skills, che richiedono uno speciale supporto.

L’empowerment è in effetti una sfida che, a tutti i livelli, richiede di cambiare mentalità, fare una rivoluzione culturale, tentare di risolvere paradossi, trovando il modo di conciliare contraddizioni. Robert Anderson e Martha Funnell, che tanto hanno contribuito agli studi sull’empowerment nel diabete, in un loro articolo del 2010 osservano che anziché fare un genuino passaggio alla filosofia dell’empowerment, molti operatori cercano d’incorporare l’empowerment dentro i loro modi di pensare e le loro pratiche abituali. Barriere e difficoltà fanno correre questo rischio: che si accetti di fare empowerment, che ci si impegni, senza però di fatto cambiare mentalità e senza fare davvero empowerment

Robert Anderson e Martha Funnell in un articolo del 2010 analizzano convinzioni errate sull'empowerment che gli operatori sanitari tipicamente nutrono.

Clicca qui per esercitarti con Anderson e Funnell ad analizzare le idee sbagliate sull'empowerment

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