L'empowerment nella sanità

In sanità c’è bisogno di empowerment, sia di pazienti e cittadini, sia dei professionisti, sia delle organizzazioni. Con l’empowerment l’attività sanitaria migliora, diviene più etica, di livello più alto, più efficace, efficiente, sostenibile e al passo con i tempi, in grado di rispondere alle sfide dei cambiamenti del mondo di oggi. Ma che cos’è l’empowerment?

 

Empowerment: un concetto che fa riflettere.

A Julian Rappaport, dell’Università dell’Illinois, dobbiamo una classica definizione, semplice e chiara: “un processo attraverso il quale persone, organizzazioni e comunità acquistano padronanza sulle loro faccende”. Il primo passo è conoscere: per acquistare maggiore padronanza dobbiamo decifrare noi stessi e il mondo che ci circonda, in modo da individuare leve alla nostra portata che ci permettano di incidere effettivamente sulla realtà. La padronanza dell’empowerment non è arroganza o illusione, ma capacità di migliorare le cose basata sulla conoscenza e sul rispetto e la valorizzazione delle persone e delle realtà sociali.

Oltre che in medicina, si parla di empowerment e si fa empowerment in svariati ambiti, dall’economia alla politica, ai rapporti tra culture, ai problemi sociali, all’educazione. Del resto l’idea di empowerment, prima ancora di approdare i medicina, è maturata nella seconda metà del Novecento a partire da movimenti sociali a sostegno di categorie e gruppi discriminati e da correnti delle scienze sociali, dalla pedagogia all’economia, alla psicologia di comunità.

Alla lettera empowerment vuol dire dare potere. La cosa può lasciarci perplessi. È perché abbiamo un’idea limitata di potere: pensiamo che esista un solo tipo di potere, il potere su (power over). Questo potere indubbiamente esiste nella vita sociale, è evidente e a lungo anche gli studiosi di scienze sociali hanno ragionato come se fosse il potere, anziché un tipo di potere. Max Weber, tra i padri fondatori della sociologia, lo definisce come “possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte a un’opposizione, la propria volontà”. Tuttavia esistono forme assai diverse di potere. Accanto al potere su c’è il potere con (power with). È quel potere che  esercitiamo quando collaboriamo ad affrontare problemi comuni, senza che uno prevalga sull’altro, ma al contrario crescendo tutti assieme. L’empowerment si basa essenzialmente su questo tipo di potere.

Nel tradizionale modello paternalistico di medicina, la relazione operatore sanitario-paziente è basata più che altro sul potere su. Con l’empowerment la relazione diviene incentrata sul potere con. Qualcosa di simile accade per il rapporto docente- allievo quando dalla didattica tradizionale si passa a quella auspicata dalle pedagogie alternative, che nella seconda metà del Novecento hanno contribuito a lanciare l’idea di empowerment.

Per confrontare modelli di relazione operatore-utente tipici dell’impostazione tradizionale e di quella dell’empowerment clicca  sul pulsante.

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Ripercorre la storia dell’idea, precisa i concetti anche attraverso le ricerche scientifiche che hanno contribuito a far chiarezza
in proposito.
Si addentra poi in problemi del mondo di oggi che rendono l’empowerment di attualità:
la sfida della cognizione distribuita, la gestione del rischio,
il paradosso dei life skills.

Clicca qui per leggere le pagine che parlano di “potere su” e “potere con”

 

Perchè fare empowerment dei pazienti e dei cittadini?

In sanità fare empowerment di pazienti e cittadini risponde a esigenze etiche, consente una medicina più umana, più capace di integrare clinica e vita, più rispettosa delle persone, con rapporti meno asimmetrici e più soddisfacenti.

Oggi abbiamo prove abbastanza consistenti che l’empowerment migliora le cure e la salute della popolazione, tanto che dovremmo considerarlo parte integrante dell’attività sanitaria. Le maggiori evidenze che ha un impatto sulla salute sono nelle patologie croniche (diabete, cardiopatie, osteoporosi, ecc.), ma sappiamo anche che l’empowerment favorisce la prevenzione, la partecipazione ai programmi di screening, l’accesso alle cure quando servono e la loro buona gestione, come la preparazione a esami, interventi e procedure.

Perchè fare empowerment dei professionisti della sanità?

Sono diverse le ragioni per cui, specie nel mondo di oggi, i professionisti della sanità hanno bisogno di sviluppare maggiore padronanza nella gestione della propria attività. Ad esempio, sono alle prese, che se ne rendano più o meno conto, con la sfida della cognizione distribuita, difficile da affrontare senza il supporto di un empowerment professionale.

La nozione di cognizione distribuita al dunque è semplice, quasi ovvia. Comunemente pensiamo che ciò che riusciamo a fare con la nostra mente dipende da noi. Se un clinico fa le cose bene è perchè è bravo e nulla più. Invece quel che riusciamo a ottenere dipende dall’interazione tra la nostra mente e il mondo circostante, da come la nostra mente si rapporta agli oggetti, agli strumenti disponibili, alle altre persone. L’uso di una tabella, di un software o la discussione con un collega possono elevare in modo impressionante le prestazioni di un clinico.

E l’empowerment organizzativo?

Se non si lavora ai vari livelli, se ci limitiamo a fare empowerment di pazienti, cittadini e professionisti della sanità, non possiamo aspettarci grandi risultati. Come la letteratura sull’empowerment ha messo in evidenza, gli interventi sugli individui vanno accompagnati da interventi sui contesti sociali in cui questi sono. In un certo senso il lavoro sull’individuo è preliminare. La realtà non cambia, se non cambiano le persone. Al tempo stesso però individui divenuti più consapevoli e competenti non possono sperare di incidere sulla realtà, se il contesto sociale intorno a loro resta invariato. Ecco che l’empowerment delle organizzazioni sanitarie ci appare fondamentale.

Ma fare empowerment è difficile

Se da un lato le ricerche degli ultimi anni suggeriscono che l’empowerment è di grande utilità, dall’altro mettono in evidenza barriere, seri ostacoli che rendono difficile fare empowerment.

Le istituzioni sanitarie sono tradizionalmente centrate sulla cura delle malattie acute, dove gli operatori sono chiamati a intervenire prontamente sui pazienti per salvarli o per liberarli dalle sofferenze. L’enfasi sulle malattie acute assieme al corrente uso di tecniche specialistiche induce a considerare la sanità nient’altro che erogazione di prestazioni diagnostiche e terapeutiche, quasi come se le istituzioni sanitarie fossero fabbriche di prestazioni. Resta poco spazio per un lavoro come quello dell’empowerment, sfumato, relazionale, formativo e perciò anche difficile da riconoscere e inquadrare in un contesto dove ciò che conta sono le prestazioni.

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I seminari multidisciplinari sono uno strumento di empowerment professionale, che aiuta i clinici ad affrontare la sfida della cognizione distribuita, favorendo lo sviluppo di skills per consultare continuamente la letteratura scientifica e abituando al confronto costruttivo con i colleghi. Si forma un gruppo di specialisti di varie discipline che lavora su un tema-problema rilevante nella pratica clinica. I partecipanti passano in rassegna letteratura scientifica e linee guida di società scientifiche e discutono tra loro, tenendo presenti le pratiche cliniche abituali e i problemi che solitamente si incontrano. Redigono report, su questa base fanno seminari allargati ad altri colleghi e arrivano ad elaborare linee guida aziendali. Le conclusioni vengono poi diffuse in azienda, anche attraverso siti dedicati, come quello sul buon uso della PET qui sopra. Così i seminari disciplinari sono anche uno strumento di knowledge transfer e empowerment organizzativo.

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